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Alla fine ho ceduto, come specificato nel post precedente. Ho comprato uno smartphone, ma non uno smartphone qualsiasi, bensì uno da bimbominkia. Solo che data la mia età la definizione non è corretta, quindi io mi definisco una babbiominkia (termine appena coniato di cui vado molto orgogliosa – mi vien quasi voglia di chiedere il copyright).

Il Samsung K Zoom è un misto di telefono e fotocamera, è quello smartphone con lo zoom ottico estendibile. Perché da babbiominkia? Perché sia Quelli-che-di-foto-ne-capiscono sia i Cultori-dello-smartphone-top-di-gamma lo snobbano. Insomma, è in grado di scontentare tutti, tranne i babbiominkia a cui piace fotografare tutto quello che vedono, dal piccione sul lampione, al fiorellino piccino, e che poi appestano internet con le loro foto delle piastrelle del marciapiede, dell’erbetta, del sedile del treno; cioè io.

Com’è passare da una macchina fotografica ad uno smartphone? E’ come passare da un trolley ad un valigione vecchio stile. Qualsiasi macchina fotografica, anche la più scadente è mille volte più comoda da impugnare. A parte questo sono molto contenta dell’acquisto, perché posso caricare le foto senza più il doppio passaggio di doverle scaricare prima su PC e questa immediatezza mi permette di tornare a condividere i miei scatti.

Certo il modo in cui faccio foto è cambiato. Perché non avendo più il tempo di mettermi lì a scaricarle, selezionarle, ridimensionarle, ruotarle, bilanciarle ecc… devo fare più attenzione a cosa inquadro perché ormai è "Buona la prima". O è venuta dritta o si cancella, punto.

Per ciò che riguarda il lato smartphone, io l’ho comprato solo per soddisfare la mia dipendenza da internet, è il mio primo smartphone e non ho termini di paragone. Quindi posso solo dire che per andare va, sono però allibita dalla velocità con cui si scarica la batteria; malgrado senta tutti che si lamentano di questo lato oscuro degli smartphone, vederlo di persona è un'altra cosa. L'altro grande difetto è la dimensione ridicola della memoria d'archivio, è d'obbligo l'espansione con scheda esterna.
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Il libro:
Hunger Games. È uno dei pochi libri che è riuscito a piacermi dopo essermi letta di fila la saga di Games of Thrones.
G.R.R. Martin mi ha rovinato: i libri letti successivamente sono sbrigativi, poco dettagliati e confusi. Questa è l’impressione che mi danno dopo un anno passato a Westeros e dintorni.
Eccetto Hunger Games, che è stato una sorpresa. Ne avevo sentito parlare molto bene ma conoscendo la trama solo a grandi linee ero convinta che fosse basato su patemi amorosi adolescenziali messi furbamente all’intero di uno scenario cruento.
Niente di più sbagliato: il mondo di Panem è ben delineato, gli eventi scorrono secondo una sequenza logica, non si ha l’impressione di forzature per ficcare i protagonisti in determinate situazioni. È presente però qualche coincidenza di comodo per far progredire la trama, ad esempio quando la protagonista ha necessità di distruggere le scorte nemiche e, guarda caso, questi ultimi hanno minato la propria base.
Lo stile di scrittura, in prima persona, è secco e asciutto e le reazioni dei personaggi sono realistiche. La fantomatica storia d’amore che ci dovrebbe essere è decisamente quanto di più atipico abbia mai letto, un punto a favore e una ventata di freschezza per quanto drammatica.
La spettacolarizzazione mediatica del reality è descritta e resa molto bene. Una critica alla società non indifferente.

Il film:
Il film l’ho visto dopo aver letto il libro. Tranne che per qualche dettaglio è molto fedele alla trama. Tento di pensare a cosa avrei capito delle motivazioni dei protagonisti se non avessi letto il libro ma non ne sono in grado. Quindi a parte dire che mi è piaciuto molto non riesco a trovare difetti o buchi di trama. Forse un po’ sbrigativo sul finale, magari per chi non ha letto il libro non viene reso abbastanza bene perché Katniss venga trasformata da donna a bambolina sognante (o forse sì?). Una gradita aggiunta invece il discorso del presidente sulla speranza e sulla necessità di un vincitore, che nel libro manca.
Molto ben resa tutta la parte del reality fra interviste e studi televisivi. Trovo che l’escamotage per spiegare allo spettatore cosa stia succedendo tramite i conduttori televisivi sia ben integrato con il resto della trama. Nel libro il lettore impara tutto grazie ai pensieri della protagonista ma nel film hanno scelto una buona alternativa.

Consiglio sia la lettura del libro sia la visione del film (quest’ultimo però dopo aver letto il libro).

ASMR

Dec. 18th, 2014 10:56 pm
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Da qualche settimana ho scoperto il mondo degli ASMR e li sto usando per dormire. Per quanto un bel rombo di tuono, lo scrosciare della pioggia, il crepitio del fuoco siano ancora nella mia top list dei rumori preferiti, trovo che l'ASMR sia molto più efficace.
Purtroppo per far in modo che l'effetto ASMR sia efficace al 100% bisogna usare le cuffie, ed io non riesco a tenerle quando devo andare a dormire. Pazienza. Anche se l'effetto stereo (che adesso viene chiamato 3D) ne risente, riesco a trovare sempre un qualche video che mi riesca a rilassare. Su youtube ce ne sono migliaia fra cui scegliere, da quelli senza parlato e solo con i suoni fino ai veri e propri role-play.
Malgrado i videomaker siano sempre alla ricerca del suono perfetto con microfoni speciali che registrano a frequenze particolari, l'ASMR non ha valenza scientifica. Io penso che sia una cosa psicologica più che fisica, tant'è che i brividi di cui si parla non li sento, però sento un senso di rilassamento molto forte e questo per me è più che abbastanza.
Per chi non conosce ancora l'ASMR, questo è un buon video di spiegazione, l'argomento viene trattato in maniera semplice e chiara:
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L'Androide Abram Lincoln

Non mi è piaciuto, non ho molto altro da dire. Dick o non Dick stavolta mi sono annoiata. È colpa dello stile di scrittura: scoordinato, distraente, dialoghi fatti di frasi buttate a caso, reazioni agli eventi da parte dei protagonisti estratte a sorte dal sacchettino.
L’ho letto in traduzione, quindi – magari – posso conservare l’illusione che in lingua madre la storia faccia un effetto migliore.
Il tema portante del romanzo è la schizofrenia e lo stile di scrittura lo rispecchia in pieno, sarà fatto apposta per dare al lettore un’esperienza a tutto tondo? Magari si tratta di un esercizio di stile, o magari si tratta soltanto di confusione e basta.
Dick stesso ha sofferto di schizofrenia, quindi è interessante leggere sull’argomento da chi ha avuto un’esperienza diretta. Penso che sia per questo che vale la pena leggere il libro, malgrado a me personalmente continui a non piacere.
Le recensioni sono discordanti: c’è chi lo osanna e c’è chi invece lo trova brutto, ma per non stroncarlo si limita ad un più diplomatico: "non è l’opera migliore di Dick".
Ammetto che potrebbero esserci paragrafi splendidi se solo fossero scritti meglio. Ad esempio è affascinante il momento in cui l’androide Lincoln prende vita, specialmente perché descritto attraverso gli occhi e le emozioni del protagonista.
Penso che sia questo ad amareggiarmi maggiormente: ciò che avrebbe potuto essere. O forse ciò che è esattamente così come è, e sono io che non riesco a capire; perché alla fine è sempre Dick, e nemmeno io riesco a stroncarlo.

L'Androide Abramo Lincoln
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In Treatment, quarantatrè puntate di dialogo fitto, buona scrittura e alta recitazione. Per fortuna ci sono ancora reti che rischiano la sperimentazione uscendo dal tunnel delle serie fotocopia. Neanche da dire: la produzione è HBO.
Il format non è di loro ideazione in quanto è il rifacimento di una serie israelilana, solo che le serie israeliane in Italia non arrivano, quelle americane sì.
In treatment parla degli appuntamenti settimanali dello psicologo Paul. Ogni giorno Paul riceve un paziente: lunedì Laura, Martedì Alex, Mercoledì Amy e Jake; mentre al venerdì è lui stesso che va in terapia dalla propria referente: Gina.
Le puntate durano un po' meno di mezz'ora, l'ambientazione è sempre la stessa: lo studio di casa in cui Paul riceve i pazienti (mentre al venerdì e quello di Gina).
È nello studio che appuntamento dopo appuntamento vengono sviscerati non solo i problemi dei pazienti ma anche le vicissitudini di Paul.
È un luogo rassicurante, malgrado le forti tensioni che ospita, le rare puntate girate in esterno mi fanno sentire fuori posto.
Sono sicura che da qualche parte qualcuno stia maledicendo l'adattamento in italiano, ma la recitazione dei doppiatori è all'altezza di quella originale. È una serie che consiglio. Una recensione approfondita può essere trovata qui: http://www.serialmente.com/2008/03/29/in-treatment-stagione-1/<\a>
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C'è una chiave che apre tutte le porte: è quella di The Lost Room.
Il detective Miller viene in possesso di una strana chiave, in qualsiasi serratura la si inserisca fa in modo che la porta si apra sulla stanza di un motel (sempre la stessa, la stanza n. 10 del Sunshine Motel a Gallup, New Mexico). Una volta entrati nella stanza e chiusa la porta, la si può riaprire per trovarsi in qualsiasi posto il possessore della chiave abbia in mente.
Tutte le volte che il possessore della chiave esce dalla stanza, questa si resetta alle condizioni di partenza. Tutto ciò che era stato spostato ritorna al suo posto e tutto ciò che era stato portato dentro dall'esterno sparisce. Solo chi ha la chiave può entrare ed uscire in tutta sicurezza.
Come si è creata la stanza? Come mai gli oggetti di tutti i giorni che si trovavano al suo interno al momento "dell'evento" hanno acquisito misteriori poteri a volte terribili, a volte buffi, a volte innocui?
Le cose si complicano quando la figlioletta di Miller varca la soglia senza avere la chiave e la porta si chiude accidentalmente alle sue spalle. Quando Miller riesce a riaprire la porta la stanza si è resettata e la bambina è sparita. Il detective inizia quindi una forsennata ricerca di tutto ciò che è collegato alla stanza per poterne risolvere il mistero e ritrovare sua figlia.
L'indagine di Miller lo porterà a districarsi fra intrighi di loschi personaggi ed oscure organizzazioni che stanno tentando di impadronirsi del potere della stanza e dei suoi oggetti.
La serie è tanto corta quanto appasionante, ogni indagine ci fa scoprire un pezzetto del mistero relativo al motel Sunshine e ci lascia con la curiosità di sapere quale sarà il prossimo passo.
La narrazione è molto ben giostrata, la serie si conclude tirando le fila delle disavventure del detective Miller ma lascia molti interrogativi aperti e la voglia matta di un sequel che però non è mai stato realizzato.
La visione è consigliata.
Per chi ne vuole sapere di più c'è sempre wikipedia, ma per chi non l'ha vista consiglio di guardarla completamente a digiuno da qualsiasi spoiler:
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Lost_Room
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L’unica vera recensione di questo libro è: leggetelo.
La pappardella che segue sono solo considerazioni personali.

hyperion



Su un’astronave-albero ci sono un prete, un soldato, un teologo, un investigatrice, un poeta, un console e un templare. Sembra l’inizio di una barzelletta ed invece si tratta di un libro di fantascienza di alto livello: Hyperion.
Hyperion relega la maggior parte dei libri che ho letto al ruolo di favolette. Per questo è difficile farne una recensione che non sembri la pubblicità esagerata di una quarta di copertina.
L’impianto del libro è classico: sette personaggi costretti ad un periodo di convivenza forzata raccontano la propria storia. I sette, ognuno per un motivo diverso, stanno compiendo un pellegrinaggio alle Tombe del Tempo per incontrare una terribile e semi-mitologica creatura chiamata Strike, con la consapevolezza che le probabilità di uscirne vivi sono ridotte al minimo. La forza di Hyperion sta nelle storie raccontate dai protagonisti, nella bravura dell’autore di creare mondi e atmosfere; storie mai facili, drammatiche, originali ed evocative.
Leggiamo così le vicende dei pellegrini ed è impossibile sceglierne una e dire: “questa è la mia preferita”. Quando leggiamo la storia del prete sentiamo la voce del prete, quando leggiamo la storia del soldato sentiamo la voce del soldato, e così via, senza che la voce dell’autore si intrometta con le su convinzioni personali o con giudizi annidati fra le righe – nessun facile moralismo – e per scrivere in questo modo ci vuole una grande capacità di immedesimazione. L’unico appunto che posso fare è che, fra tutte le storie, quella dell’investigatrice e la più classica e già vista ma questo non toglie forza al personaggio.
Altro punto che ho apprezzato è l’inserimento nella trama del Debito Temporale, ossia chi viaggia sulle astronavi è sottoposto ad uno scorrere del tempo differente da chi sta fermo su di un pianeta (se sull’astronave sono passati tre mesi, sul pianeta sono passati cinque anni). È il primo libro di fantascienza che leggo che non sorvola sulla relatività ma ne fa il proprio punto di forza.
Difetto: la narrazione è talvolta interrotta dall’inserimento di una poesia. È una cosa che non mi è mai piaciuta a meno che non sia necessario citarne brevi versi a beneficio della trama e qui non succede. L’autore è un fan del poeta Keats e abusa – a mio gusto – di questi inserti. So che le poesie di Keats sono bellissime ma purtroppo la traduzione in lingua italiana le massacra e per me povera lettrice non ferrata in materia si sono rivelate solo una distrazione e non un valore aggiunto.
Hyperion si conclude con un finale aperto che trova piena conclusione nel libro successivo: La Caduta di Hyperion. Tuttavia è uno di quei finali aperti che reputo ben fatto, mi avrebbe soddisfatto anche senza un seguito perché a volte non è importante tanto la destinazione quanto i compagni di viaggio.
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La Campana dell'Arciprete: saga contadina con delitto - di Danila Comastri Montanari



"Se vuoi veder l'inferno, Bologna d'estate, Bologna d'inverno"


E' il primo libro che ho letto da pendolare, durante il tragitto giornaliero dalla mia nuova casa al mio solito lavoro, ed ero ancora così distratta dalla nuova esperienza da non avergli prestato la dovuta attenzione. E' inoltre uno degli ultimi libri in versione cartacea che ho letto prima dell'acquisto dell'e-reader, ma niente di questo ha nulla a che fare con la trama o una recensione seria sull'intreccio o lo stile di scrittura. Non è però mia intenzione fare una recensione tecnica, anche perché scrivo queste righe a un anno o più dalla lettura pertanto devo andare a ripescare nella memoria le informazioni; tuttavia anche internet aiuta e chi fosse interessato ad un riassunto fatto bene lo può trovare senza problemi: http://www.oocities.org/athens/oracle/6791/arci-italiano.htm>.
Si tratta di un giallo, il periodo storico è quello della restaurazione pontificia ed il protagonista è un prete in là con gli anni, saggio e buono d'animo, amante della buona tavola, disinteressato di politica e di giochi di potere. Un giorno viene trovato il cadavere di una giovane donna in cima alla torre campanaria, la figlia nubile del mezzadro che gestisce il più bel podere dei dintorni. Il problema è che la giovane era incinta e trovare l'assassino non è cosa semplice dato che la lista dei sospetti si allunga sempre di più ad ogni voltata di pagina. Toccherà al prete ed al suo amico-rivale, un medico ghibellino, sbrogliare la matassa.
I personaggi descritti nel libro sembrano veri se teniamo conto della mentalità del tempo. Mi è piaciuto che l'autrice non tenti di appiccicare un comportamento moderno ai suoi protagonisti, non scriva di contadini e manovali con mente aperta o più colti di quel che avrebbero mai potuto essere per "destino di nascita"; né tantomeno di nobili che rinunciano al loro snobismo nei confronti di plebe o parvenu. Per paradosso è il fatto che il personaggio del contadino sembri la macchietta del contadino e il personaggio della contessa sembri la macchietta della contessa a renderli più veri.
Un'altra abilità della Montanari è riuscire a rendere la parlata e la cadenza della regione. Tutti i dialoghi sono in italiano, del dialetto ci sono solo pochi termini sparsi qua e là, tutta via c'è una "cadenza" nel parlato da renderlo caratteristico e riconoscibile.
L'intreccio giallo non è il pezzo forte del libro, non è stata la curiosità di scoprire l'assassino a farmi continuare a leggere ma la ricostruzione dello spaccato di vita della bassa bolognese. Molto azzeccato anche il protagonista, un personaggio verso il quale è impossibile non provare comprensione ed empatia.

P.S.: La citazione all'inizio della recensione viene proferita dal protagonista quando si reca in città ed è riferita al clima umido che rende insopportabile il caldo estivo ed il freddo invernale.
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Sapevo che il cyberpunk non era il mio genere ma ho voluto sperimentare comunque. Non voglio continuare ad associarlo a filmacci di serie B, lo voglio leggere dalla penna di chi l'ha creato - o perfezionato.
Neuromante è un classico, non mi dilungo a descriverne la trama: si può trovare su wikipedia o altri siti dedicati. Pertanto queste sono solo impressioni personali e non una vera recensione - tuttavia può contenere spoiler.

bla bla bla cyberbla )
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In questa recensione mi limito a dire le mie impressioni facendo meno spoiler possibili, pertanto non spiegherò la trama dell’episodio, che è facilmente reperibile su internet. È un episodio in grado di stupire e per chi non l’ha ancora visto consiglio di guardarlo "spoiler-free".



Dopo una quinta stagione fra alti e bassi, lo speciale di natale "A Christmas Carol" mi è piaciuto molto. Con questo episodio Steven Moffat si è riscattato in parte per The Time of Angels (ma solo in parte).
La sceneggiatura sfrutta le potenzialità del viaggio nel tempo in maniera geniale. Non si limita ad usare il Tardis come nave per sbarcare sul pianeta/epoca storica della settimana, bensì si regge completamente sui viaggi per lo spazio tempo che il Dottore fa per risolvere la situazione.
L’episodio segue le linee guida del romanzo di Dickens, solo che lo fa in perfetto stile Doctor, a partire dalla soluzione escogitata per entrare nel cuore di Kazran Sardick (l'equivalente di Ebenezer Scrooge). Tanto di cappello al fantasma dei natali passati, e tanto di cappello a cilindro al fantasma dei natali futuri.
In una sceneggiatura come questa, completamente incentrata su Kazran e la sua amata, sul Dottore e il suo viaggiare nel tempo, rimane poco spazio per gli altri personaggi. Infatti Amy e Rory fanno poco o niente, Rory poi sembra essere stato retrocesso a mera spalla comica – speriamo che la situazione cambi nei prossimi episodi.
La scenografia cupa e coi pesci volanti è suggestiva e apprezzata. Il dottore buffoneggia senza esagerare e non risparmia una strizzatina d’occhio all’universo nerd:
Kazran: Now? I kiss her now?
The Doctor: Kazran, trust me. It's this or go into your room and design a new kind of screwdriver. Don't make my mistakes. Now! Go!
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Considerazioni "a random" sulla quinta stagione di Doctor Who, inutile dire che contiene spoiler!

L’ultima stagione del Doctor Who non mi ha entusiasmato. Sarà perché l’ho guardata in maniera frammentaria e con poca attenzione; sarà perché malgrado gli episodi fossero di buon livello è mancata una punta di diamante del calibro di Blink o di Midnight delle scorse stagioni; sarà che non riesco a perdonare a Moffat la doppietta "The Time of Angels" e "Flesh and Stones" in cui la poetica di Blink viene fatta a brandelli per una storia in cui gli Angeli Piangenti non erano necessari: avrebbero benissimo potuto essere qualsiasi altro alieno (e lo diventano, visto quanto vengono snaturati! – se avessero messo al loro posto i cugini poveri: i nani da giardino, l’avrei quasi preferito).
Non ho avuto problemi a identificare Matt Smith come Il Dottore fin dalla prima entrata in scena, in "The Eleventh Hour" mi è piaciuto parecchio. Anche Amy e Rory come companion mi piacciono. L’alchimia del Doctor con Amy non è la stessa che aveva con Rose o Donna, è più un: "bambini non toccate che se no si rompe!" anche se questa è una mia impressione personale. Apprezzo però il cambio di direzione per non cadere nel già visto.
Mi è piaciuta meno la nuova veste di Dangerous-Fatalona di River Song; sembra la versione invecchiata di Lady Christina di "Planet of The Dead". Però mi è piaciuto talmente tanto il personaggio in "Silence in the Library" e "Forest of the Dead" che le do il beneficio del dubbio, sperando che in future apparizioni sia un po’ meno macchietta.
La doppia puntata conclusiva ha dimostrato che la stagione non stava andando a tentoni ma che la storia era stata pensata nel suo complesso fin dall’inizio, tanto che alcune scene sono state inserite con maestria nelle puntate mediane per poi essere riprese e reinterpretate nello spiegone finale. Questo è un super-bonus! Peccato che in questo momento io non ricordi nulla dello schema dei vai e vieni nello spazio tempo di queste due puntate perché, sinceramente, non mi hanno appassionato. Temo che il difetto di questa stagione sia che mi è scivolata un po’ addosso, senza fermarsi. Potrebbe essere colpa mia, dovrei riguardarla con più attenzione, alla luce di quello che so ora, per rivalutarla in toto.
Per adesso la puntata "Vincent and the Doctor" è la perfetta reincarnazione di quello che penso della stagione: bella a metà. La prima parte è stata coinvolgente, in perfetto stile Doctor Who, la seconda un disastro: sembrava la fanfiction di un autore innamorato di Vincent Van Gogh. Ho rivalutato le buone intenzioni degli autori quando una mia amica mi ha spiegato che la seconda parte è stata scritta così apposta, per mettere in scena le profondità della vera natura della depressione. Non importa quanto Vincent si senta gratificato e felice dal futuro che il Dottore gli mostra, alla fine si ucciderà comunque. Tutto questo viene spiegato a parte in uno speciale sulla puntata; ora, scusate il cinismo dato che l’argomento è delicato, ma se la puntata ha bisogno di uno speciale che renda chiaro dove volessero andare a parare, significa che la sceneggiatura ha fallito.

Al momento le mie puntate preferite della quinta stagione sono:
- The Eleventh Hour
- The Beast Below
- Victory of the Daleks
forse non è un caso che siano proprio le prime tre, perché dopo è iniziata una serie di alti e bassi che non mi ha permesso di apprezzare a dovere puntate come "Amy's Choise" o "The Vampires of Venice".
Lo speciale di Natale: "A Christmas Carol" lo considero invece una perla e ne farò un post a parte.
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ATTENZIONE: Questa recensione contiene spoiler fino alla quinta stagione
ATTENZIONE: Questa recensione non contiene riassunti di trame e personaggi ed è capibile solo per chi ha già visto la serie.

Dopo cinque stagioni sto ancora seguendo con piacere le vicende di Dexter malgrado i difetti della serie stiano diventando sempre più evidenti. Il telefilm è girato con mestiere, la tensione è tenuta alta e la mia visione serrata degli episodi esalta il lato emotivo, lasciando le considerazioni ad un secondo momento.
Adoro il fatto che ogni stagione metta in scena la rappresentazione metaforica di un rapporto umano, contribuendo alla crescita del personaggio:
1 stagione = Fratello
2 stagione = Amante
3 stagione = Amico
4 stagione = Maestro
5 stagione = Allievo
Con la sola eccezione della quinta stagione, dove il rapporto più importate di Dexter è con una ex vittima, il fulcro della metafora è interpretato dal big bad, ossia un serial killer antagonista che Dexter si ritrova ad affrontare.
La prima stagione era perfetta e completa, tanto da farmi temere per il rinnovo alla seconda; temevo che fosse fatta con lo stampino e che il big bad sarebbe stato qualcosa tipo il cugino, rinchiuso anche lui nel container più affollato della storia del crimine. Invece la stagione ha preso una piega completamente diversa, cosa da me apprezzatissima. Tuttavia, di stagione in stagione, malgrado i suoi momenti di ottima regia, alta recitazione e colpi di genio, la serie ha iniziato a segnare il passo.
La prima avvisaglia che mi ha lasciato con l'amaro in bocca è stato lo spreco del personaggio di Rita, trasformatasi da donna tormentata con un passato di violenze subite a perfetta casalinga all american dream dal carattere perfettamente equilibrato e senza un rimpianto. Altroché riunioni e gruppi di sostegno, bisogna fidanzarsi con un serial killer per tornare in pace con sé stessi.
Alcuni lamentano la telenovela messicana parallela fra Maria LaGuerta ed Angel Batista, un plot che non incrocia mai la vicenda principale e che sembra stare lì soltanto per riempire tutte e dodici le puntate quando la serie si sarebbe potuta concludere in otto. Devo essere sincera: a me piace. Lo ammetto, mi diverte, così come anche tutte le trame apparentemente inutili dei personaggi secondari, perché creano uno sfondo di normale e incasinata umanità in cui Dexter risalta come anomalia. Altrimenti si avrebbe l'impressione che Miami sia popolata unicamente da serial killer.
La vaga sensazione di insoddisfazione verso la serie sono riuscita a concretizzarla dopo aver letto questa recensione: http://www.serialmente.com/2010/12/16/dexter-5x12-the-big-one/
Concordo in pieno, la produzione ha trovato la gallina dalle uova d'oro ed ora non ha il coraggio di cambiare la formula per far progredire la serie, siamo lontani anni luce da The Shield. Alzi la mano chi ormai crede più che Dexter verrà mai smascherato. Gli sceneggiatori ci provano ancora, ogni tanto gli fanno commettere un errore per farci stare con il fiato sospeso, ma i veterani della serie continuano a respirare benissimo e forse con un vago senso di noia. Fintanto che la stagione successiva viene confermata si sa benissimo che Dexter riuscirà a cavarsela con un deus ex machina ad hoc piovuto dal cielo. Nell'ultima stagione, poi, l'incompetenza della polizia di Miami è divenuta materia di leggenda.

Un po' di preferenze personali:
Big Bad preferito: Trinity Killer
Interazione preferita: Dexter-Lumen
Relazione romantica preferita: Debra Morgan-Frank Lundy
Personaggio secondario preferito: Doaks
Personaggio secondario più divertente: Masuka

:-:
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Del manga ho letto solo i primi numeri perché era troppo lungo e decisi di non comprarlo, ritengo che Adachi dia il meglio di sé nelle serie corte, quelle da una dozzina di numeri.
Così quando ho saputo dello sceneggiato (telefilm? dorama?) ho deciso di rifarmi. La trama ricalca a grandi linee il manga e dovendo condensare 34 numeri in 11 episodi è sottoposta alle dovute modifiche.
Il giudizio sul telefilm è: mi è piaciuto - molto carino, rispetta in pieno l'atmosfera che Adachi infonde a tutti i suoi manga dosando sport, sentimenti e comicità.
Mi sono piaciuti anche gli interpreti e mi sto abituando alla recitazione alla giapponese che prima d'ora trovavo troppo marcata. Non ho interagito con molti giapponesi dal vero, ma dal poco che ho visto tendono ad enfatizzare alcuni atteggiamenti anche nella vita reale e non perché l'attore stia recitando sopra le righe. I sentimenti personali invece sono tutt'altra cosa, in quel campo vige la riservatezza assoluta; abbandonata l'enfasi dei movimenti, le emozioni traspaiono da lievi cambi di espressione, da ciò che non viene detto o più classicamente dallo sguardo e gli attori sono stati bravi in questo.
Una cosa che salta all'occhio è che tutti gli attori sono magri, non esistono personaggi cicciotelli a meno che non siano ridotti a semplici comparse/macchiette. L'amico del protagonista - il catcher Atsushi Noda, che nel manga era sovrappeso qui è interpretato da un ragazzino snello che hanno tentato di imbruttire mettendogli un paio di occhiali (che nel manga non aveva!).
Se qui in occidente ci lamentiamo perché televisione e giornaletti ci propinano standard fisici irraggiungibili, in Giappone il fenomeno deve essere esasperato all'ennesima potenza – fissati come sono con l’estetica non c’è da stupirsi ma non vorrei essere nei panni di un adolescente giapponese.
La fotografia è ottima, la regia e gli effetti speciali sono azzeccati e non troppo invadenti, rendono egregiamente la velocità dei lanci e l'azione sul campo da baseball.
Giudizio complessivo sul prodotto: pollice in su. Da guardare.
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Ieri sera seratona a casa del nostro spacciatore preferito di film trash con un collosal del cinema indiano. Cercando su internet ho scoperto che non è un film Bolliwood ma Kolliwood, ossia Bolliwood in lingua Tamil. Per me - occidentale ignorante - Bolliwood e Kolliwood sono la stessa cosa con l'iniziale cambiata; per un indiano la mia precedente affermazione potrebbe essere motivo di guerra santa a colpi di balli, vince chi ha la scenografia più sfarzosa.
Il filmone raccoglie tutti i generi che può: romantico, fantascientifico, d'azione, commedia, demenziale (voluto, non involontario). Fatto sta che una sola locandina non basta, queste sono solo due di quelle che si possono trovare sul web.

Stilosa



Maraglia



Ed ecco il trailer: http://www.youtube.com/watch?v=PoPv-Ss6YbI

Il film dura due ore e quaranta, inizia abbastanza in sordina con la creazione del robot - che viene battezzato Chitti - l'introduzione della trama romantica, qualche gag comica e una serie di giochi di parole purtroppo (o per fortuna) intraducibili. A tratti è intramezzato dai siparietti cantati con coreografia elaborata e danza corale. La cosa curiosa è che esclusi un paio di balli tecno sullo stile robotico, tutti gli altri non hanno nulla a che vedere con lo svolgersi della trama.
Il momento più estraniante è stato quando...

Chitti il robot inserisce lo 'skeeter mode' ed inizia a parlare alle zanzare in zanzarese?
No, è stato quando...

...i protagonisti sono su una spiaggia in India, ad un certo punto parte la musica e si ritrovano di colpo a ballare a Machu Picchu. Commento generale: "Eh?!?"
Eravate su una spiaggia in India, che senso ha spostare l'intera troupe per fare il balletto a Machu Picchu?
Non erano in studio, erano sul serio tutti quanti a Machu Picchu.
Perché Machu Picchu?
Cosa c'entra Machu Picchu?
Nel frattempo, a Machu Picchu...


Non ho la minima idea di cosa dicano i testi delle canzoni, ma dati gli scenari ho il sospetto che alcune non abbiano neanche a che fare con il film e che siano generiche canzoni d'amore.
Il fatto è che non si tratta di un musical, le canzoni sono dei siparietti cacciati lì in mezzo, potrebbero esserci come che no; ma essendo questa Bolliwood (o Kolliwood) DEVONO esserci.
Per quello che riguarda la coreografia dei balli, il concetto è: guardate quanti soldi abbiamo da spendere.
Su youtube si posso trovare i video di alcuni dei balli: http://www.youtube.com/watch?v=WTlFjRVwIgo

Altre coreografie, invece, sono in perfetto stile fantascienza robotica:

Sì, in India sono ancora gli anni 80.

L'ultima parte del film è quella d'azione, quella dove Matrix ci fa un baffo. Chi non teme gli spoiler del finale del film si può guardare una selezione delle sole scene d'azione:
http://www.youtube.com/watch?v=yysbbPStfWw

Giudizio sul film? È da guardare!
:-:
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Ho finito di guardare Joan of Arcadia, l'ho iniziato quasi un anno fa ma ci ho messo un po' per riuscire a recuperare tutte le puntate. Lo trovo piacevole, è intriso di religione ma non è demagogico; è incentrato sul libero arbitrio e sul fatto che Dio agisce secondo vie misteriose e non comprensibili ai protagonisti della serie ma solo ai telespettatori... volevo dire: non comprensibili agli uomini.
La protagonista della serie è Joan Girardi, una ragazza che va al liceo e alla quale Dio appare sotto forme diverse chiedendole di eseguire certi compiti. Sono sempre compiti molto semplici e apparentemente senza senso come: iscriviti al corso di chimica, trova un lavoro part time alla libreria, fa una sciarpa. Ogni volta che Dio parla a Joan è una persona diversa - anche se alcuni caratteri sono ricorrenti - è una vecchietta, un ragazzo, una bambina, la custode della scuola, un presentatore televisivo, un punk; è ovunque e chiunque, non spiega mai perché chiede ciò che chiede malgrado le insistenze e le domande di Joan. A seconda di quello che la ragazza decide di fare gli eventi prendono una determinata piega e solo alla fine della puntata sarà chiaro lo scopo della missione.
Accanto alle vicissitudini liceali di Joan ci sono quelle della sua famiglia e dei suoi amici: il padre è il capo della polizia, uno dei fratelli è rimasto paralizzato dopo un incidente automobilistico, il resto è soggetto a spoiler pertanto non mi dilungo.
Purtroppo è stato cancellato alla seconda stagione, quando le cose iniziavano a farsi interessanti. Non mi sarebbe spiaciuto per nulla assistere ad una terza stagione. Un telefilm che tratta la religione in maniera intelligente, filosofico e non propagandistico purtroppo non funziona. Secondo wikipedia lo show è stato cancellato perché il rating è sceso da 10milioni di telespettatori della prima serie a 8milioni nella seconda serie. Per quanto a me 8milioni di telespettatori sembrino tanti non bastano per il mercato americano, così un altro telefilm di qualità non è sopravvissuto alla guerra dello share.



La sigla è una canzone che mi piace molto: "One of Us" di Joan Osborne, e rispecchia alla perfezione lo spirito del telefilm:
What if God was one of us?
Just a slob like one of us
Just a stranger on the bus
Trying to make his way home

Grazie a Wikipedia ho trovato la lista dei Dieci Comandamenti che la produttrice Barbara Hall ha dato agli sceneggiatori per scrivere le puntate:

- Dio non può intervenire in prima persona.
- Il Bene e il Male esistono.
- Dio non può identificare una religione come giusta o sbagliata.
- Il compito di ogni persona è quello di seguire la propria natura.
- Ogni persona può dire «no» a Dio, anche Joan…free will
- Dio non è legato alla concezione umana di tempo.
- Dio non è una persona e non possiede oggetti.
- Dio parla con tutti in modi diversi.
- Il piano che Dio ha in mente, è qualcosa che porta del bene a noi e non a lui.
- Dio parla con Joan e con tutti gli altri perché vuole che tutti riconosciamo il legame che esiste tra tutte le cose. Ogni azione ha delle conseguenze. Fare del male a qualcuno, farà del male anche a me stesso. Bisogna imparare dai propri errori e maturare. Dio si può ritrovare in tutte le cose. La vera natura di Dio rimane comunque sempre un mistero per tutti.

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